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un angolo di letture





LE MERAVIGLIE DI UNA GIORNATA NO
Piccolo elogio dell’arte di arrangiarsi quando la vita non segue il copione
(Febbraio 2026)
C’è una competenza tutta umana che raramente finisce nei manuali di psicologia ma che attraversa le nostre vite da sempre: l’arte di arrangiarsi. È quella capacità un po’ creativa e un po’ ostinata di cavarsela quando il piano salta, quando manca un pezzo, quando le cose vanno diversamente da come le avevamo immaginate.
Arrangiarsi non è improvvisare a caso. È fare qualcosa di sensato con quello che c’è anche se non è quello che avremmo voluto. È usare una sedia come scala, cambiare strada perché quella principale è bloccata, reinventare una serata quando salta un appuntamento atteso. È molto più quotidiano di quanto sembri e proprio per questo spesso lo diamo per scontato.
Viviamo in un tempo che ama i programmi ben fatti, le agende piene, le strategie chiare. Ci viene insegnato a pianificare, prevedere, controllare. Tutto questo è utile e necessario. Il problema nasce quando la realtà non collabora.
Arrangiarsi non significa accontentarsi né tirare avanti. È una forma di intelligenza pratica ed emotiva che entra in gioco quando le condizioni ideali non ci sono. Implica tollerare un certo grado di frustrazione senza bloccarsi, rinunciare temporaneamente all’idea di come doveva andare e restare in contatto con ciò che serve adesso, non con ciò che sarebbe stato perfetto. Arrangiarsi richiede un piccolo spostamento interno dal controllo all’adattamento, dall’idea di risultato all’attenzione al processo. Ed è proprio questo spostamento che per molte persone risulta difficile.
Ci sono momenti della vita e persone per cui arrangiarsi è faticoso, a volte quasi impossibile. Non per mancanza di volontà ma per ragioni profonde. Per alcuni l’imprevisto viene vissuto come una minaccia. Se le cose non vanno come previsto tutto sembra perdere senso. In questi casi l’energia psichica è investita nel mantenere ordine, coerenza, prevedibilità e quando questo ordine si incrina arriva il blocco.
Altri fanno fatica ad arrangiarsi perché sono cresciuti con l’idea che esista un solo modo giusto di fare le cose. Deviare dal piano equivale a fallire. E allora, piuttosto che trovare una soluzione imperfetta, si resta fermi.
C’è poi chi nella propria storia ha dovuto arrangiarsi troppo presto. Per queste persone l’imprevisto non è uno spazio creativo ma un ricordo di solitudine o di sovraccarico. In età adulta l’idea di doversela cavare con quello che c’è può riattivare stanchezza, rabbia o il desiderio di essere finalmente sostenuti.
Arrangiarsi quindi non è una dote universale. Dipende dalla nostra storia, dalle esperienze di sicurezza o di insicurezza, dal modo in cui abbiamo imparato a stare nel caos.
Le cosiddette giornate no, quelle storte, disordinate, poco produttive, sono spesso vissute come tempo perso. In realtà sono piccoli laboratori di vita reale. In una giornata che non funziona impariamo qualcosa su quanto siamo rigidi o flessibili, scopriamo quali aspettative ci tengono prigionieri, ci confrontiamo con i nostri limiti ma anche con risorse che non sapevamo di avere.
Quando qualcosa va storto e riusciamo comunque ad andare avanti, magari in modo diverso, più lento o meno elegante, stiamo esercitando una competenza fondamentale: restare in relazione con la vita così com’è e non solo con quella che avevamo progettato.
Arrangiarsi non significa reagire sempre bene, sorridere all’imprevisto o trasformare ogni ostacolo in un’opportunità. A volte arrangiarsi vuol dire accettare di essere delusi, fare meno del previsto, rimandare, cambiare idea. È una forma di realismo emotivo, non di ottimismo forzato. Ed è proprio qui che questa capacità diventa preziosa perché ci permette di non spezzarci quando il piano salta e di non trasformare ogni deviazione in una sconfitta personale.
Forse allora le giornate no non sono da evitare a tutti i costi. Forse contengono, nascoste, piccole meraviglie silenziose. La possibilità di conoscerci meglio, di scoprire dove siamo rigidi, dove siamo vivi, dove possiamo cedere senza crollare.
Arrangiarsi non rende le giornate perfette. Ma spesso le rende abitabili. E a volte, proprio da una giornata venuta male, nasce qualcosa che non avevamo pianificato ma che ci somiglia molto più di quanto credessimo.
Dott.ssa Elda Fucile
IN PRINCIPIO ERA IL NO
(Gennaio 2026)
Tutti nella vita dobbiamo decidere se vogliamo vivere nella dimensione del dovere o in quella del piacere, in quello che i nostri genitori ci hanno insegnato o in ciò che da adulti sentiamo di buono per noi.
Il Piacere è una direzione fondamentale dell’esistenza. Potremmo dire che è un orientamento primario della vita: ogni organismo si espande verso ciò che promette piacere e si ritrae di fronte a ciò che minaccia dolore. Questa dinamica, apparentemente semplice, diventa il fondamento della salute psicocorporea.
Quando un bambino si protende verso i genitori lo fa perché sente in loro una promessa di piacere — calore, nutrimento, contatto, riconoscimento. Ma gli stessi genitori che possono dare piacere possono anche ferire, deludere, punire. È da questa ambivalenza che nasce l’ansia: l’organismo riceve contemporaneamente un impulso espansivo (avvicinarsi) e un segnale di allarme (ritrarsi).
Per potere vivere una vita orientata al Piacere è necessario sapere dire NO.
Il piacere è collegato con l’autenticità. Per essere autentica una persona deve sapere cosa sente ma se i sentimenti vengono repressi il suo comportamento si uniformerà alle idee che le sono state insegnate. Perdere il contatto con il sé corporeo porta all’autoinganno. Per recuperare l’autenticità è necessario recuperare la fiducia nei suoi sensi.
Una logica conseguenza dell’autenticità è la capacità di dire No e di mettere confini: chi è in contatto con sé sarà anche in grado di dire No senza sentirsi in colpa. Più mi affermo e più sarò in grado di essere consapevole; affermazione e consapevolezza costituiscono un circolo virtuoso. Quando il diritto del bambino ad autoaffermarsi viene negato, si crea un individuo obbediente e buono che perde la capacità di pensare a sé stesso. Il NO funziona come una membrana psicologica:
Impedisce all’individuo di essere sopraffatto da pressioni esterne.
Permette di discriminare tra le richieste e i tentativi di manipolazione.
Controlla l’impulsività esagerata perché chi dice No agli altri può dire No anche ai propri desideri se necessario.
Definisce i confini dell’Io.
La capacità di dire No richiede una consapevolezza profonda del proprio mondo interiore.
Più sarò connesso, più sarò consapevole di ciò che mi procura piacere e più saprò allontanare ciò che non sento come buono per me. In questo senso il piacere favorisce anche l’esplorazione e la conoscenza. Collegato a questo è anche il senso del gusto: conoscere ciò che mi piace e che non mi piace è la base della conoscenza, del piacere e della critica.
Dovremmo con piacere ri-contattare quel grido che urla NO e che abbiamo tenuto sopito per troppo tempo!
Filippo Mondini