Il Salotto

La stanza dove si conversa

Il Salotto è la rubrica dello studio: ogni tanto ci sediamo, come si fa in salotto, e mettiamo per iscritto una riflessione su ciò che attraversa il lavoro terapeutico — il tempo, l’amore, le relazioni, il corpo.

Una mano che scrive su un quaderno
Scrivere, leggere, conversare — la rubrica di Oikos

Filippo Mondini

Che cos’è il carattere

Una riflessione a partire dall’Analisi Bioenergetica: il carattere non come etichetta, ma come organizzazione profonda — del corpo e della mente — con cui ciascuno ha imparato a proteggersi e ad abitare le proprie relazioni.

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Nell’Analisi Bioenergetica, quando parliamo di carattere, non stiamo parlando di un’etichetta né di una diagnosi da applicare a una persona. Parliamo piuttosto di un assetto difensivo: un’organizzazione profonda che protegge l’individuo dall’angoscia legata alla frustrazione dei propri bisogni. Il carattere è quindi, prima di tutto, una risorsa. È il modo in cui corpo e mente si sono organizzati per permetterci di funzionare al meglio possibile nelle condizioni in cui siamo cresciuti. Come scrive Alexander Lowen, noi terapeuti bioenergetici non osserviamo un paziente come un “tipo caratteriale”, ma come un individuo unico, la cui ricerca del piacere è ostacolata dall’ansia e dalle difese costruite per farvi fronte.

Dall’impulso alla difesa

Possiamo immaginare questo processo in modo semplice: ogni impulso vitale — verso il piacere, il contatto, l’espressione — incontra una risposta dall’ambiente. Quando questa risposta è frustrante o minacciosa, il flusso energetico si interrompe. A quel punto l’energia non scompare, ma viene deviata in due direzioni: verso un adattamento psichico (il modo in cui vediamo e interpretiamo il mondo) verso un adattamento corporeo (le tensioni muscolari e gli schemi fisici che si strutturano nel tempo). Il carattere nasce proprio da questa doppia organizzazione.

Il carattere nel corpo e nella mente

Il carattere prende forma sia nel corpo che nella mente. Nel corpo, si manifesta attraverso tensioni muscolari croniche che bloccano, in modo inconsapevole, gli impulsi vitali. Nella mente, attraverso meccanismi di difesa come la negazione, la razionalizzazione e la proiezione. Per questo non è possibile comprendere davvero una persona senza integrare queste due dimensioni. Osservare il corpo significa chiedersi: quanto questa persona può espandersi? Quanto può lasciarsi andare al piacere? Quanto il flusso energetico può muoversi dal centro verso l’esterno? Le principali zone di contatto con il mondo — il viso, le mani, i genitali e i piedi — raccontano molto di questa possibilità di apertura o, al contrario, di trattenimento.

Il dialogo tra Io e corpo

Tra mente e corpo esiste un dialogo continuo. L’Io, attraverso il controllo della muscolatura volontaria, modella il corpo. Ad esempio, trattenere il pianto irrigidendo la mandibola o bloccando il respiro. Con il tempo, queste contrazioni diventano croniche. Ma il processo funziona anche al contrario: il corpo, con il suo livello energetico e le sue tensioni, influenza il modo in cui pensiamo e l’immagine che abbiamo di noi stessi. Un corpo contratto e poco vitale porterà la persona a evitare situazioni che potrebbero riattivare emozioni represse. È così che si costruisce quella che Lowen chiama “corazza caratteriale”.

Le strutture caratteriali

In bioenergetica si descrivono cinque principali strutture caratteriali: schizoide, orale, psicopatica, masochistica e rigida. Ognuna rappresenta un modo specifico di organizzare la difesa, sia a livello corporeo che psicologico. Nessuno è un “tipo puro”: in ogni persona coesistono diversi tratti. Ciò che varia è l’intensità degli impulsi vitali e la forza delle difese costruite per regolarli. In questo senso, il carattere definisce il modo in cui ciascuno di noi entra in relazione con il proprio bisogno di amore, con il desiderio di intimità e con la ricerca del piacere.

Un compromesso vitale

In ogni struttura caratteriale è presente un conflitto profondo: da una parte il bisogno di intimità e di espressione, dall’altra la paura che queste possano esporre al dolore. Il carattere è, in fondo, il miglior compromesso che abbiamo trovato nei primi anni della nostra vita per tenere insieme queste due forze. Non è un limite da eliminare, ma una storia da comprendere. E, nel lavoro terapeutico, un punto di partenza per recuperare gradualmente più libertà, più vitalità e più possibilità di contatto.

Barbara Mattioli

Il dono della cura

Contro l’etica del sacrificio

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Quest’anno la Quaresima, periodo liturgico di quaranta giorni dedicato alla preghiera, alla penitenza e alla conversione, coincide con il Ramadan, periodo sacro del calendario islamico anch’esso dedicato alla preghiera, al digiuno, alla riflessione e alla carità (Zakat).

Per noi che ci occupiamo di cura e di psiché è importante fermarci a riflettere su cosa veicolano questi periodi “sacri”, intensi e spesso anche propizi per focalizzare buoni propositi e perseguirli.

Sono tempi dove si sente spesso usare la parola Sacrificio.

Sacrificio, etimologicamente ci rimanda ad una azione che si compie con l’obiettivo di rendere sacro un intento, dedicandolo a qualcosa di divino. Nel linguaggio comune, a partire dai sacrifici propiziatori di antica origine per arrivare al possibile sacrificio supremo del proprio figlio, Isacco figlio di Abramo (origine delle tre religioni monoteiste) e poi Gesù sulla croce, il sacrificio è andato sempre più connotandosi con un significato che comporta rinuncia, abnegazione, perdita di sé, per un bene supremo, che sia il benessere di un’altra persona, che sia la cura di un anziano, un amico, un genitore, un figlio.

L’abbinamento sacrifico-cura ha quindi generato l’idea che voler bene, occuparsi di qualcosa o qualcuno, dedicarsi all’altro in stato di bisogno, possibilmente con spirito di abnegazione e senso di rinuncia al tempo personale, è un bene supremo da perseguire.

Ma sempre seguendo l’etimologia delle parole, scopriamo che ciò che è sacro, è ciò che è separato dal resto, dall’ordinario. Quindi un gesto di cura, una attenzione verso qualcuno in stato di bisogno, per essere sacra deve staccarsi da ogni forma di attaccamento, anche dallo stretto legame con l’idea di sacrificio. Ecco quindi che emerge la possibilità del gesto di cura come DONO.

Gratuito, e libero dai condizionamenti il gesto di cura come dono attiva il virtuoso circuito della reciprocità e cosa ancora più importante della reciprocità, è un atto psicomagico che può creare veri e propri attimi di gioia incondizionata. Ecco quindi che la cura ancor prima di guarire o sistemare le cose, può generare gioia.

Elena Barnabè in questo testo ci regala l’immagine di mani sapienti che sanno prendersi cura del dolore che può trasformarsi in un vero e proprio capolavoro.

"Nonna, come si affronta il dolore?"

"Con le mani, tesoro. Se lo fai con la mente il dolore invece di ammorbidirsi, s'indurisce ancora di più."

"Con le mani nonna?"

"Si. Le nostre mani sono le antenne della nostra anima. Se le fai muovere cucendo, cucinando, dipingendo, suonando o sprofondandole nella terra invii segnali di cura alla parte più profonda di te. E la tua anima si rasserena perché le stai dando attenzione. Così non ha più bisogno di inviarti dolore per farsi notare."

"Davvero le mani sono così importanti?"

"Si, bambina mia. Pensa ai neonati: loro iniziano a conoscere il mondo grazie al tocco delle loro manine. Se guardi le mani dei vecchi ti parlano della loro vita più di qualsiasi altra parte del corpo. Tutto ciò che è fatto a mano si dice che è fatto con il cuore. Perché è davvero così: mani e cuore sono connessi. I massaggiatori lo sanno bene: quando toccano il corpo di un'altra persona con le loro mani creano una connessione profonda. È proprio da questa connessione che arriva la guarigione. Pensa agli innamorati: quando le loro mani si sfiorano fanno l'amore nel modo più sublime."

"Le mie mani nonna... da quanto tempo non le uso così!"

"Muovile tesoro mio, inizia a creare con loro e tutto dentro di te si muoverà. Il dolore non passerà. Ma si trasformerà nel più bel capolavoro. E non farà più male. Perché sarai riuscita a ricamarne l'essenza."

Elena Bernabè

Elda Fucile

Le meraviglie di una giornata no

Piccolo elogio dell’arte di arrangiarsi quando la vita non segue il copione

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C’è una competenza tutta umana che raramente finisce nei manuali di psicologia ma che attraversa le nostre vite da sempre: l’arte di arrangiarsi. È quella capacità un po’ creativa e un po’ ostinata di cavarsela quando il piano salta, quando manca un pezzo, quando le cose vanno diversamente da come le avevamo immaginate.

Arrangiarsi non è improvvisare a caso. È fare qualcosa di sensato con quello che c’è anche se non è quello che avremmo voluto. È usare una sedia come scala, cambiare strada perché quella principale è bloccata, reinventare una serata quando salta un appuntamento atteso. È molto più quotidiano di quanto sembri e proprio per questo spesso lo diamo per scontato.

Viviamo in un tempo che ama i programmi ben fatti, le agende piene, le strategie chiare. Ci viene insegnato a pianificare, prevedere, controllare. Tutto questo è utile e necessario. Il problema nasce quando la realtà non collabora.

Arrangiarsi non significa accontentarsi né tirare avanti. È una forma di intelligenza pratica ed emotiva che entra in gioco quando le condizioni ideali non ci sono. Implica tollerare un certo grado di frustrazione senza bloccarsi, rinunciare temporaneamente all’idea di come doveva andare e restare in contatto con ciò che serve adesso, non con ciò che sarebbe stato perfetto. Arrangiarsi richiede un piccolo spostamento interno dal controllo all’adattamento, dall’idea di risultato all’attenzione al processo. Ed è proprio questo spostamento che per molte persone risulta difficile.

Ci sono momenti della vita e persone per cui arrangiarsi è faticoso, a volte quasi impossibile. Non per mancanza di volontà ma per ragioni profonde. Per alcuni l’imprevisto viene vissuto come una minaccia. Se le cose non vanno come previsto tutto sembra perdere senso. In questi casi l’energia psichica è investita nel mantenere ordine, coerenza, prevedibilità e quando questo ordine si incrina arriva il blocco.

Altri fanno fatica ad arrangiarsi perché sono cresciuti con l’idea che esista un solo modo giusto di fare le cose. Deviare dal piano equivale a fallire. E allora, piuttosto che trovare una soluzione imperfetta, si resta fermi.

C’è poi chi nella propria storia ha dovuto arrangiarsi troppo presto. Per queste persone l’imprevisto non è uno spazio creativo ma un ricordo di solitudine o di sovraccarico. In età adulta l’idea di doversela cavare con quello che c’è può riattivare stanchezza, rabbia o il desiderio di essere finalmente sostenuti.

Arrangiarsi quindi non è una dote universale. Dipende dalla nostra storia, dalle esperienze di sicurezza o di insicurezza, dal modo in cui abbiamo imparato a stare nel caos.

Le cosiddette giornate no, quelle storte, disordinate, poco produttive, sono spesso vissute come tempo perso. In realtà sono piccoli laboratori di vita reale. In una giornata che non funziona impariamo qualcosa su quanto siamo rigidi o flessibili, scopriamo quali aspettative ci tengono prigionieri, ci confrontiamo con i nostri limiti ma anche con risorse che non sapevamo di avere.

Quando qualcosa va storto e riusciamo comunque ad andare avanti, magari in modo diverso, più lento o meno elegante, stiamo esercitando una competenza fondamentale: restare in relazione con la vita così com’è e non solo con quella che avevamo progettato.

Arrangiarsi non significa reagire sempre bene, sorridere all’imprevisto o trasformare ogni ostacolo in un’opportunità. A volte arrangiarsi vuol dire accettare di essere delusi, fare meno del previsto, rimandare, cambiare idea. È una forma di realismo emotivo, non di ottimismo forzato. Ed è proprio qui che questa capacità diventa preziosa perché ci permette di non spezzarci quando il piano salta e di non trasformare ogni deviazione in una sconfitta personale.

Forse allora le giornate no non sono da evitare a tutti i costi. Forse contengono, nascoste, piccole meraviglie silenziose. La possibilità di conoscerci meglio, di scoprire dove siamo rigidi, dove siamo vivi, dove possiamo cedere senza crollare.

Arrangiarsi non rende le giornate perfette. Ma spesso le rende abitabili. E a volte, proprio da una giornata venuta male, nasce qualcosa che non avevamo pianificato ma che ci somiglia molto più di quanto credessimo.

Filippo Mondini

In principio era il NO

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Tutti nella vita dobbiamo decidere se vogliamo vivere nella dimensione del dovere o in quella del piacere, in quello che i nostri genitori ci hanno insegnato o in ciò che da adulti sentiamo di buono per noi.

Il Piacere è una direzione fondamentale dell’esistenza. Potremmo dire che è un orientamento primario della vita: ogni organismo si espande verso ciò che promette piacere e si ritrae di fronte a ciò che minaccia dolore. Questa dinamica, apparentemente semplice, diventa il fondamento della salute psicocorporea.

Quando un bambino si protende verso i genitori lo fa perché sente in loro una promessa di piacere — calore, nutrimento, contatto, riconoscimento. Ma gli stessi genitori che possono dare piacere possono anche ferire, deludere, punire. È da questa ambivalenza che nasce l’ansia: l’organismo riceve contemporaneamente un impulso espansivo (avvicinarsi) e un segnale di allarme (ritrarsi).

Per potere vivere una vita orientata al Piacere è necessario sapere dire NO.

Il piacere è collegato con l’autenticità. Per essere autentica una persona deve sapere cosa sente ma se i sentimenti vengono repressi il suo comportamento si uniformerà alle idee che le sono state insegnate. Perdere il contatto con il sé corporeo porta all’autoinganno. Per recuperare l’autenticità è necessario recuperare la fiducia nei suoi sensi.

Una logica conseguenza dell’autenticità è la capacità di dire No e di mettere confini: chi è in contatto con sé sarà anche in grado di dire No senza sentirsi in colpa. Più mi affermo e più sarò in grado di essere consapevole; affermazione e consapevolezza costituiscono un circolo virtuoso. Quando il diritto del bambino ad autoaffermarsi viene negato, si crea un individuo obbediente e buono che perde la capacità di pensare a sé stesso. Il NO funziona come una membrana psicologica:

Impedisce all’individuo di essere sopraffatto da pressioni esterne.

Permette di discriminare tra le richieste e i tentativi di manipolazione.

Controlla l’impulsività esagerata perché chi dice No agli altri può dire No anche ai propri desideri se necessario.

Definisce i confini dell’Io.

La capacità di dire No richiede una consapevolezza profonda del proprio mondo interiore.

Più sarò connesso, più sarò consapevole di ciò che mi procura piacere e più saprò allontanare ciò che non sento come buono per me. In questo senso il piacere favorisce anche l’esplorazione e la conoscenza. Collegato a questo è anche il senso del gusto: conoscere ciò che mi piace e che non mi piace è la base della conoscenza, del piacere e della critica.

Dovremmo con piacere ri-contattare quel grido che urla NO e che abbiamo tenuto sopito per troppo tempo!

Barbara Mattioli

Quale è il tuo tempo?

Novembre rallenta la natura e invita a pensare: quanti tempi abitano una vita — biologico, del calendario, individuale, ciclico, sospeso — e quale tempo unico emerge nell’incontro terapeutico quando i muri si abbassano.

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[Nell’articolo originale sono citati alcuni versi di Ivano Fossati.]

Certe canzoni ci inseriscono in un tempo poetico che riesce magicamente a mettere ordine nel caos e questi versi di Ivano Fossati ce lo ricordano.

A novembre la natura rallenta, è il tempo dei colori autunnali, delle potature, dei tramonti prematuri, è un tempo di passaggi e movimenti, di progetti nuovi e di scorte da fare per l’inverno.

Ad Oikos novembre è il tempo di ritrovarci a pensare, è il tempo di incontrarci e di stare nella cura, nei nuovi inizi e nelle trasformazioni, quelle possibili e quelle desiderate.

La relazione psicoterapeutica è un valzer dai mille tempi e noi ci confrontiamo con diversi modi di conoscere il tempo.

C’è un tempo biologico che cerca accordo tra il ritmo naturale e l’ambiente,

un tempo fisico, segnato dal calendario, dallo scorrere dei giorni, delle ore, dei secondi,

un tempo individuale, che riguarda il modo in cui l’individuo percepisce lo scorrere del tempo nei diversi contesti un tempo profano, spesso ciclico, legato ai vari contesti di vita,

e un tempo sacro, mitico, sospeso dalla routine, ripetibile, non evolutivo, cerimoniale.

Tra i mille tempi della danza terapeutica, nel passaggio tra un tempo e l’altro c’è un tempo unico e irripetibile che emerge delicatamente e naturalmente quando i muri si abbassano, il gelo si scioglie, e le porte si aprono. È Il Kairos. Quel momento fugace e estemporaneo in cui le cose non sono più come le avevi viste fino a quel momento e avviene un passaggio.

Possiamo passare anni, mesi, settimane, e girare attorno alle stesse storie, seduta dopo seduta, e ogni volta scoprire risvolti diversi, feritorie da attraversare, nodi da sciogliere, ma senza mai aprire quella porta e guardare cosa c’è dietro. Poi succede che storia dopo storia ad un certo momento, quella porta si apre e tu ci guardi dietro e succede qualcosa.

I “kairos” nelle nostre vite, così come nei percorsi di psicoterapia, possono essere diversi, possono durare un istante o prolungarsi per un po’ ma è certo, e i greci ce lo insegnano, che il giorno successivo il sole sorgerà, più o meno alla stessa ora, attraverserà il cielo che abbiamo sopra la testa, e poi tramonterà, come il giorno prima e come il giorno dopo.

Che tempo state attraversando?

Barbara Mattioli

Il gruppo di psicoterapia, scongelamenti

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L’esperienza del gruppo di psicoterapia è appena iniziata, abbiamo salpato le vele e stiamo iniziando a navigare.

Il mare dentro cui ci siamo immersi è fatto di uno spazio e di un tempo ben preciso, durante il quale i nostri corpi si muovono, i nostri occhi si incrociano e le parole, poche, arrivano dritto al punto.

Nel primo incontro abbiamo usato le nostre mani e la nostra creatività per costruire la maschera che ci rappresenta e presentarla al gruppo. Per qualcuno è stato sorprendentemente semplice, per qualcuno è stato difficilissimo, ognuno ha fermato qualcosa di sé, mettendoci qualcosa che viene da lontano e qualcosa di incredibilmente vicino. Alcuni hanno trasformato la propria maschera nell’incontro con l’altro, altri hanno chiarito meglio alcuni dettagli. Tutti abbiamo preso contatto, con noi stessi e con gli altri.

Durante i nostri incontri, attraverso la bioenergetica impariamo a sentire cosa succede dentro di noi quando lasciamo che siano i corpi a parlare, come vogliono muoversi nello spazio quando li lasciamo liberi, cosa vogliono farci sentire quando ci avviciniamo o ci allontaniamo ai nostri compagni di viaggio. Guidati da Filippo lasciamo emergere delle verità sconosciute e prendiamo contatto, con la rabbia, con l’amore, con la paura, con il dolore, e con chissà cos’altro ancora.

La parola gira veloce, emerge spontanea, a volte può diventare un urlo, spesso si ferma perché ha bisogno di stare, di approfondire, di ricordare, di condividere.

Sono spaventato, ma più libero; mi sento vicina, a me, agli altri, vicina; sono svuotato del vuoto; provo tanta tenerezza; scongelamenti

Il gruppo è il co- terapeuta più potente, come una cassa di risonanza con le vibrazioni più diverse fa eco ai vissuti di ognuno. Non ci si conosce ma scoprendosi man mano ognuno nelle proprie diversità, ci si sente meno soli e si osa pensare che la relazione, l’interazione, il calore umano che si sviluppa a partire da due sguardi che si incrociano è un potentissimo strumento di cura.

Siamo solo all’inizio ma abbiamo messo le basi perché ognuno possa prender lo spazio che ritiene più giusto per sé, perché ognuno possa fidarsi e spingersi fin dove sente di poter andare.

“Sono uomini e donne

Piroscafi e bandiere

Viaggiatori e viaggianti da salvare

Di stazione in stazione

E di porta in porta

E di pioggia in pioggia

E di dolore in dolore

Il dolore passerà…”

Elda Fucile

Resilienza: la forza di rimanere in piedi quando la vita ci scompiglia

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C’è chi la chiama forza interiore, chi spirito di adattamento. In psicologia, la chiamiamo resilienza: quella capacità, talvolta sorprendente, di rialzarsi dopo una caduta, di andare avanti anche quando la vita ci presenta un percorso pieno di curve e ostacoli.

Ma la resilienza non è una qualità riservata a pochi “supereroi emotivi”. È una competenza che ciascuno di noi può sviluppare, giorno dopo giorno.

Resilienza nella vita di tutti i giorni

Pensa a quella volta in cui hai dovuto affrontare un cambiamento improvviso: un trasloco, una separazione, la perdita di un lavoro. All’inizio hai provato paura, smarrimento, forse persino rabbia. Poi, piano piano, hai trovato un modo per andare avanti. Hai chiesto aiuto, ti sei fatto forza, hai cercato nuove soluzioni. Ecco, quella è resilienza.

Molto spesso, chi si trova in difficoltà si giudica “fragile” o “incapace di affrontare i problemi”. Ma se ci fermiamo a riflettere sulle difficoltà che abbiamo già superato, possiamo scoprire di avere dentro di noi più risorse di quanto crediamo. La resilienza non è qualcosa che si ha o non si ha, ma qualcosa che si costruisce, anche inconsapevolmente.

La resilienza è una danza relazionale

Nella prospettiva sistemico-relazionale, la resilienza non è solo una capacità personale, ma un processo che si sviluppa attraverso le nostre relazioni. Non siamo isole, siamo parte di un sistema di legami interconnessi.

Quando affrontiamo una difficoltà, il modo in cui ci rialziamo dipende anche dalle relazioni che abbiamo intorno: una famiglia che ci sostiene, un amico che sa ascoltarci, un collega che ci incoraggia. E, allo stesso tempo, la nostra resilienza può essere contagiosa e diventare una risorsa per chi ci sta accanto.

Pensiamo a una famiglia che vive un momento difficile: la perdita di una persona cara, una crisi economica, una malattia. Se i membri riescono a parlarsi, a condividere le emozioni e a sostenersi reciprocamente, è più probabile che, insieme, trovino nuove strategie per affrontare la situazione. La resilienza, dunque, non è solo individuale, ma si costruisce nella connessione.

Come possiamo allenare la resilienza?

La resilienza non si costruisce solo nei momenti di crisi. Possiamo coltivarla nella quotidianità attraverso piccoli gesti che ci aiutano a rafforzare la nostra capacità di adattamento.

  • Raccontati la tua storia con uno sguardo diverso – Prova a ripensare ai momenti difficili della tua vita e chiediti: “Che risorse ho messo in campo per superarli?” Spesso scoprirai di avere dentro di te più forza di quanto pensi.
  • Cura le tue relazioni – Chi sono le persone che ti fanno sentire accolto e ascoltato? Dedica tempo a questi legami e, quando possibile, chiedi aiuto senza paura. Essere resilienti non significa fare tutto da soli.
  • Impara a gestire le emozioni difficili – Non respingere le emozioni scomode come la paura o la tristezza. Accoglile, ascoltale e poi cerca di comprenderne il significato. Tecniche come la respirazione consapevole o la mindfulness possono aiutarti a restare centrato anche quando tutto sembra incerto.
  • Trova un senso nelle difficoltà – Non tutte le esperienze hanno un significato immediato. Ma col tempo, possiamo imparare a vedere come le difficoltà ci abbiano insegnato qualcosa su noi stessi e sulle nostre capacità.

La resilienza si costruisce insieme

A volte, quando ci troviamo in mezzo a una tempesta emotiva, può essere difficile vedere oltre le nuvole. Eppure, la capacità di rialzarci non dipende solo da quanto siamo forti da soli, ma anche dal sostegno che troviamo nelle nostre relazioni e dal significato che riusciamo a dare a ciò che viviamo.

Essere resilienti non significa non cadere mai, né dover affrontare tutto senza difficoltà. Significa permettersi di sentire, di attraversare il dolore, di riconoscere la fatica senza vergogna e, soprattutto, di chiedere aiuto quando serve.

La resilienza è un processo, un equilibrio in continuo movimento. Possiamo coltivarla giorno dopo giorno, imparando ad accogliere i cambiamenti, a gestire le emozioni e a riconoscere dentro di noi le risorse che ci permettono di andare avanti. E, soprattutto, ricordandoci che non siamo soli in questo percorso.

Filippo Mondini

Gruppo

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Il gruppo è una dimensione fondamentale per stimolare una crescita completa ed armonica tra mente, corpo ed emozioni.

Non si partecipa ad un gruppo solo per guarire dal disagio psicologico ma si partecipa per aumentare la propria consapevolezza rispetto al mondo interiore e per capire davvero come ci si muove e come si sta nelle relazioni interpersonali.

Il gruppo ha tantissime finalità e livelli di lettura. Elenco di seguito alcuni fattori terapeutici:

SPERANZA: nel gruppo ci sono individui che si trovano a livelli diversi di cambiamento. Rispecchiarsi in chi è più avanti aiuta e trasforma.

UNIVERSALITA’: il gruppo aiuta a cambiare rispetto all’idea di essere senza uguali nella propria disgrazia. Togliersi di dosso il senso di unicità rispetto la propria patologia è un passo fondamentale. “non esistono pensieri o azioni estranee all’esperienza di altre persone”.

INFORMAZIONE: nel gruppo si apprende a livello cognitivo, esperienziale, emotivo e corporeo. Il terapeuta passa nozioni per modificare schemi, propone esercizi corporei che aiutano la consapevolezza.

ALTRUISMO: scoprire che siamo stati importanti per gli altri è un fenomeno fondamentale che da senso. Nel gruppo si fa esperienza concreta di essere d’aiuto agli altri.

RICAPITOLAZIONE CORRETTIVA DEL GRUPPO PRIMARIO FAMIGLIARE: il gruppo assomiglia per molti aspetti ad una famiglia: vi sono le figure autoritarie, i fratelli, i genitori… i componenti del gruppo hanno la possibilità di rivivere le dinamiche che hanno già vissuto all’interno della famiglia.

SOCIALIZZAZIONE: nel gruppo si apprendono le doti essenziali del vivere sociale. Nel gruppo si diventa consapevoli di come si interagisce con gli altri.

COMPORTAMENTO IMITATIVO: si possono prendere come modello gli altri membri del gruppo. Si impara osservando il modo in cui gli altri affrontano i problemi.

Nel gruppo si sviluppa una energia collettiva che amplifica le emozioni e il processo terapeutico. Questa energia può aiutare le persone a entrare in contatto con sentimenti profondi o represse, accelerando l'elaborazione emotiva. Nel gruppo “si sente”: si sente il corpo, si sentono le emozioni, si sentono gli altri. Questo sentire diventa una risorsa per il cambiamento e per la consapevolezza.

Barbara Mattioli

Qualcosa… sull’Amore

Perché non osare parlare d’amore? Un dialogo con il pensiero di bell hooks: spostare l’accento dal sostantivo «amore» al verbo «amare», per restituirgli il suo potere di trasformazione personale e sociale.

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[Nell’articolo originale è citato un verso di Franco Battiato.] ci canta Battiato in una delle sue canzoni-poesie.

Perché non osare parlare di Amore? Oggi la cultura giovanile guarda con cinismo all’amore e gli adulti hanno perso le parole per descriverlo. Siamo forse vittime dell’idea di amore romantico che ha condizionato una visione dell’amore che ci ha profondamente deluso e che non collima più con le aspettative attuali?

Prendo spunto dal libro di bell hooks “Tutto sull’Amore” con l’intento di focalizzare alcune delle riflessioni che ha suscitato in me. bell hooks è uno pseudonimo scelto dalla scrittrice afroamericana pioniera e icona del pensiero femminista.

“All you need is love” cantavano i Beatles e con loro un’intera generazione negli anni 70. Questo slogan, che ha animato le proteste studentesche e accendeva la forza trasformatrice di orde di giovani, oggi lo si sente molto raramente, e ha perso quasi del tutto il suo effetto attivatore.

Forse, oggi, l’amore non è più considerato una forza di TRASFORMAZIONE, né personale, né sociale.

Intorno alla parola amore c’è un vuoto semantico che rischia di diventare sostanziale. Per ridare parole e soggettività all’Amore, e chiedergli se può ancora avere un potere trasformativo per sé, per gli altri e per il mondo, l’autrice propone di mettere l’accento non sul sostantivo amore, ma sul verbo AMARE.

Amare, è dunque una azione, che implica una scelta. L’autrice fa eco a Eric Fromm che nel 1978 definisce l’amore come “la volontà di estendere il proprio sé al fine di favorire la crescita spirituale propria o di un’altra persona”, l’amore, continua l’autrice, sta nei gesti e nei comportamenti attraverso cui si esprime. Amare quindi non significa soffrire. Amare non significa avere paura. Amare è prendersi cura di sé, farsi del bene e farlo a chi ci sta accanto.

Amare è anche:

  • Scegliere di essere onesti. Raramente i genitori insegnano i loro figli a mentire, e chi pratica l’amore non inganna;
  • Mettersi in contatto con il vuoto d’amore che c’è in noi e lasciare che dia voce a tutto il suo dolore, la sofferenza a volte può essere una soglia che è necessario varcare per conoscere la grazia dell’amore;
  • Comunicare/Ascoltare/Fare silenzio: il filosofo Paul Tillich afferma che in amore la prima responsabilità è ascoltare “non possiamo imparare a comunicare in maniera profonda se non impariamo ad ascoltarci l’un l’altro, ma anche ascoltare NOI STESSI” e tutto il mondo invisibile che ci abita.
  • Impegnarsi a mettere i propri bisogni sullo stesso piano di quelli della persona amata.

Quando esplode il conflitto mentre percorriamo il sentiero dell’amore ci demoralizziamo perché spesso non ci sono soluzioni facili e si tende a fuggire ancor prima di sentirne la grazia. Basterebbe essere disposti a modificare o rinunciare a qualcosa di sé per giovare di miglioramenti immediati.

Praticare l’amore però richiede tempo e noi non ne abbiamo mai abbastanza.

Credo che ognuno di noi, se si prendesse il tempo di fermarsi potrebbe scrivere una biografia personale sull’amore solo a partire dalle canzoni che hanno costruito il proprio modo di amare e scoprirebbe forse che quel potere trasformativo che ha la forza di rivoluzionare il mondo è solo sopito sotto un cumulo di cenere, affaticato e appesantito.

“ La nostra lotta è anche una lotta della memoria contro l’oblio” ci dice bell hooks in un altro suo libro.

Allora accettiamo la sfida, riprendiamo le nostre parole d’amore, riascoltiamo le “nostre” canzoni, condividiamocele, attualizziamole, facciamole respirare, facciamole ascoltare ai nostri cari, ai nostri figli e proviamo a ri-attivare il potere trasformativo dell’Amore.

Oppure siamo tra quelli che lasciano che sia l’algoritmo di spotify a scegliere per noi?

Filippo Mondini

Aprire o chiudere

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“E' tempo di imparare a cadere

E' tempo di rinunciare al veleno

E' tempo di dominare il fuoco

E' tempo di ascoltare davvero

L'amore a settembre mi ha fatto sentire ancora leggera”

Cristina Donà

Quando arriva settembre vivo sempre dei sentimenti contrastanti. Da una parte un senso di nostalgia per le cose belle vissute, il tempo libero, i sapori dell’estate; dall’altra un’energia che mi assale di voler ricominciare, una voglia di novità, voler mettere a terra i progetti personali e lavorativi che sento nascere dentro di me.

Non so se settembre sia la fine o l’inizio. È un tempo sospeso pieno di possibilità in una direzione o nell’altra; si può chiudere o aprire, si può rimanere intrappolati nel passato o sentirsi lanciati con fede nella vita verso il futuro.

Settembre sembra essere una metafora della nostra condizione umana che ci può aiutare a riflettere sul nostro modo di stare al mondo, sulla nostra relazione con il tempo, sulla nostra fede nella vita e sulla nostra capacità di dare forma ai nostri desideri.

Settembre vuole dire trovare “l’alba dentro l’imbrunire”, vivere il paradosso di una fine che è allo stesso tempo un inizio.

È un tempo dove sentire tutta l’energia che ci muove e che ci fa vivi, nella possibilità di creare, ricominciare, sognare, ma con la leggerezza di non dovere compiacere nessuno, tenendo a bada il nostro narcisismo.

I progetti più interessanti riguardano il nostro viaggio dentro di noi; sentire ciò che si muove dentro, provare a dare espressione a tutto ciò, è sicuramente una delle cose più belle e importanti della nostra vita.

Un altro aspetto interessante riguarda le relazioni. Ci sono le relazioni che hanno bisogno di essere curate di più, ma anche quelle che possono essere potate. Ci sono quelle che ci aiutano a crescere e ad essere più autentici e quelle che ci intrappolano e non ci fanno esistere. Nei tempi di passaggio è importante saperle discernere.

Ci sono poi i progetti legati al “fare”: la palestra, qualche corso interessante, viaggi… Anche questi sono fondamentali perché ci proiettano nella dimensione del piacere.

Cristina Donà nella sua bellissima canzone Settembre dice, tra le altre cose, che a settembre è tempo di imparare a cadere. Questo invito è forse la cosa più difficile ma anche la più importante e necessaria. L’essere umano di cui abbiamo veramente bisogno è quello che sa cadere e che accetta questo fatto inevitabile della dimensione umana non con senso di colpa ma con leggerezza e fede nella vita.

Barbara Mattioli

Svelamenti

Scuola e adolescenti

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Il mese di maggio risuona da sempre per me con la “Canzone del maggio” di De André che mi ricorda che c'è stato un tempo in cui si correva, si lottava e si rischiava per quello in cui si credeva.

Questo maggio, come tutti i mesi di maggio dell'anno scolastico è quello più intenso dell'anno.

Le aspettative che serpeggiano silenziose nei mesi precedenti si trasformano in questi giorni in necessità di voti, valutazioni, recuperi, bisogno di prove, di atteggiamenti e movimenti che mettano i ragazzi sotto un riflettore ben preciso, in una luce più chiara per gli insegnanti che devono valutare e decidere.

Insegnanti stressati, ragazzi stressati, genitori in apnea fino a metà giugno, oppure in fibrillazione tra un prof e l'altro o la presidenza per spostare il focus sul proprio ragazzo.

Quest'anno ho un osservatorio privilegiato per riflettere su questo strano mese e in generale sulla scuola; il Progetto Antidispersione del Ministero dell’istruzione, oggi chiamato del merito, attraverso il Pnrr ha previsto la possibilità che ci siano esperti esterni ad affiancare i ragazzi, i professori e le famiglie nell'arduo compito di dare senso al percorso scolastico e formativo con tutti quei ragazzi che un senso non lo trovano, o lo hanno perso per strada e rischiano di abbandonare il percorso scolastico.

Da questo osservatorio oggi sto imparando alcune nuove forme di contestazione che sono proprio gli adolescenti di oggi a svelarmi.

Ci ho messo un po’ a convincermi di iniziare a scriverci sopra, a decidermi di dare forma a un segreto svelatomi all'orecchio di uno spazio privilegiato, protetto, quasi segreto, ma scrivere è scolpire e siamo una società troppo effimera per non provare almeno a incidere su pietra quelli che penso siano dei modi di leggere la realtà che abbiamo la responsabilità di imparare.

Propongo qui alcune frasi, alcuni frammenti di conversazione che mi risuonano:

Ho il marciume del letto: (bed-rotting) quell'alone lasciato nel letto durante i periodi in cui alzarsi proprio non se ne parla. Nel letto si mangia, si piange, si parla, si dorme (ma rigorosamente di giorno), si gioca, tutto avviene sdraiati e solo lì ci si sente al sicuro, solo lì "ci si sente". Se ne è afflitti a periodi, se ne esce a tratti, generalmente per costrizione, per non sentire più urlare o piangere mamma, perché la scuola chiama o perché una amica o un amico ti trascinano fuori a forza.

Born to be wild: la natura come spazio in cui ci si sente persone e ci si sente bene. La si cerca e la si abita, possibilmente in piccoli gruppi senza uno scopo o una meta se non quello di stare e allontanarsi dalla città

Mi hanno doxato: termine che si usa nei social, quando qualcuno cerca informazioni su di te per poi “infamarti”, possono essere anche persone che non conosci e che non ti conoscono.

Libertà; di essere sé stessi, di farsi i c…. propri, di avere un proprio pensiero, di essere gentili.

Ci si sente vuoti senza sapere cosa succede dentro la nostra testa.

A scuola non mi insegnano a vivere, io sono una depressa felice.

Svelamenti.

Inconsapevoli contestazioni individuali che cercano connessioni.

Quale è il tessuto che connette? Che ci connette a loro e li aiuta ad emergere?

Questo meccanismo di contestazione con un linguaggio individuale, dobbiamo necessariamente interpretarlo nel migliore dei casi cogliendone un portato concettuale ideologico, o cercando tra le tante la giusta categoria diagnostica per poterlo meglio controllare, o è l’unico modo rimasto per elaborare criticamente la società che ci circonda?

Secondo me il portato rivoluzionario è scritto nei loro corpi, è un nuovo modo di affrontare il sociale e abbiamo il dovere di imparare a leggerlo.

E se credete ora

che tutto sia come prima

perché avete votato ancora

la sicurezza, la disciplina,

convinti di allontanare

la paura di cambiare

verremo ancora alle vostre porte

e grideremo ancora più forte …

Buon maggio a tutti!

Filippo Mondini

Fuori dalle vetrine

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“…è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati” (Le città invisibili, Italo Calvino).

Che fine faranno i desideri nel grande contenitore di Pesaro città della cultura? Sarà questo evento a fare di Pesaro una città capace di dare forma ai desideri di chi ci abita? Che fine ha fatto la ricerca del desiderio in questo tempo? Quali sono i luoghi, le relazioni, i conflitti che aiutano a sentire il desiderio?

Ogni amministrazione sceglie la città che corrisponde ai suoi desideri e al proprio sentire. Nella visione culturale di una città traspare la visione politica e l’orizzonte verso cui andare.

L’orizzonte che si intravede è fatto di calcoli economici, investimenti, format presi in prestito e riempiti di eventi.

La cultura che si respira è una cultura a senso unico dove l’intellettuale è chiamato a fare da cassa di risonanza al potere ed ai potenti di turno.

La cultura diventa una semplice organizzazione del tempo libero trasformandolo in divertimento.

Non è più importante domandarsi che cosa voglio fare oggi, ma diventa centrale la domanda “che cosa c’è da fare oggi?”.

Il tempo libero viene così mercificato aggiungendo evento ad evento, intrattenimento ad intrattenimento.

La cultura diventa così merce, indicatore economico, vetrina; ci viene presentato come ideale uno stato di cose brutale e profondamente ingiusto, dove ogni esistenza viene valutata in termini economici e chi si sottrae a questo gioco non esiste più.

Bauman ha descritto molto bene il ruolo svolto oggi dagli intellettuali: l’intellettuale è per lui un interprete, cioè colui o colei “che mette la propria competenza professionale al servizio della comunicazione tra soggetti sovrani”. Pesaro città della cultura esprime benissimo questa decadenza degli intellettuali.

La natura della cultura è il confronto con la diversità; Levi Strauss ha detto “che solo nel confronto con un’altra cultura l’intellettuale scopre sé stesso”. Allora sarebbe bello parlare di Pesaro città delle culture come spazi di condivisione e di differenze; Spazi di prossimità per pensare ad altri mondi possibili.

Io immagino questo:

Pesaro città di una cultura che apre mondi.

Pesaro città di una cultura lontana dal potere.

Pesaro città di una cultura non strumentalizzabile.

Pesaro città di una cultura che nasce dal basso.

Pesaro città di una cultura che crea interconnessioni.

Pesaro città di una cultura che apre all’immaginazione.

Pesaro città di una cultura che crea orizzonti.

Pesaro città di una cultura che sta scomoda nelle vetrine.

Pesaro città di una cultura che rifiuta l’Airbnbizzazione.

Ognuno può aggiungere quello che immagina. È questa la natura della cultura collettiva. Ognuno può scegliere il desiderio a cui dare forma dentro la città.

Oppure, dalle città, si può scappare…

Filippo Mondini

Dal consumo alle relazioni

Contro l’idea di una «comunicazione efficace» fatta di procedure: le procedure spiegano, le relazioni aiutano a comprendere. Comprendere chiede emozioni, corpo e immaginazione — l’essere umano nella sua interezza.

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Nel mondo della Psicologia è di moda pensare che ci sia un modo efficace di comunicare e di stare nella relazione, ma questa visione è figlia del capitalismo più sfrenato.

La loro tesi è che, attraverso delle procedure standard, l’interlocutore sicuramente capirà quello che l’altro vuole dire. Quasi sempre però quello che si vuole dire significa in modo più subdolo che l’interlocutore deve fare qualche cosa: comprare qualcosa, dire qualcosa, comportarsi in un determinato modo. In poche parole questa visione ha in sé il germe del dominio. Non ci può essere una comunicazione efficace senza una volontà di dominio dove, chi pretende di comunicare efficacemente, spiega all’altro come bisogna stare al mondo. La comunicazione efficace presuppone che ci sia una verità assoluta che l’altro debba fare propria; nel mondo della comunicazione efficace io spiego e tu fai. Non a caso è sempre usata da chi ha potere per influenzare chi non ne ha (o pensa di non averne).

Le procedure consentono di “spiegare” mentre le relazioni aiutano a “comprendere”. Karl Jaspers sosteneva che il "comprendere" va oltre la semplice conoscenza dei fatti, comprendere implica una partecipazione attiva e personale all'oggetto della conoscenza, una sorta di coinvolgimento esistenziale. Per comprendere dobbiamo fare ricorso a più dimensioni dell’essere umano: le emozioni, il corpo, la nostra fantasia; è quindi un processo più profondo che considera l’essere umano nella sua complessità e unicità e non semplicemente una macchina che deve fare delle cose usando solo la volontà.

La Relazione è un fenomeno complesso che mette in gioco tutto l’essere umano e non solo la sua capacità di “fare”. La relazione non è una performance.

Propongo tre parole che ci possono aiutare a definire meglio che cosa è importante in una Relazione.

VEDERE: vedere l’altro per quello che è e non per l’immagine di lui/lei che ho in testa. Spesso l’immagine dell’altro che ho in testa è un’immagine idealizzata, una proiezione dei miei bisogni o delle mie illusioni. Vedere l’altro mi porta a “fare esistere” l’altro sempre di più dentro di me e fargli spazio. Quando vedo non possiedo ne domino. Vedere vuole dire cedere; rinunciare all’esercizio del potere che è così difficile da mettere in discussione dentro di noi e nelle nostre relazioni quotidiane.

SENTIRE: sentire soprattutto che cosa è buono per me, quello che c’è nella relazione, quello che accade nel mio mondo interno e nello spazio del NOI. Sentire vuole dire sapere mettere confini, sapere qual è la distanza giusta, qual è il tempo del NO e quello del SI. Sentire vuole dire fare esistere soprattutto i corpi, dare dignità e valore alla grazia che questi esprimono e, quando questa grazia stenta a prendere forma, aiutare l’altro a prendere consapevolezza di questa assenza. Il sentire è il luogo più sacro che abbiamo ed è lì che bisogna muoversi con delicatezza, premura e cura.

CURA: questa parola così preziosa ridotta ad un ennesimo bisogno indotto del capitalismo. Tutto è consumo anche la cura, trasformata in un vorace “all you can eat”. Nel mondo del consumo c’è sempre qualcuno fuori di noi che si deve prendere cura di noi. La cura al contrario, è la capacità di costruire, radicare, coltivare il mio piacere nel mondo. La cura mi dice che il problema della vita è il piacere e non il consumo, l’accumulo, il dominio.

È urgente costruire relazioni che abbiano questo significato. In gioco, oltre alla sopravvivenza su questo pianeta, c’è il recupero del senso ontologico più profondo ed autentico.

Barbara Mattioli

Rischio e creatività in adolescenza

Le seconde generazioni ci indicano la strada

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Marie Rose Moro, una psicanalista transculturale francese ci propone una interessante riflessione sulle sfide legate alla crescita che si trovano ad affrontare i giovani adolescenti figli di famiglie immigrate (le così dette "seconde generazioni").

Spesso questi giovani crescono con riferimenti culturali plurimi, quelli del paese di origine dei genitori, quelli della società in cui nascono, e quelli che si costruiscono nel loro contesto di vita.

L'adolescenza, con i mutamenti fisiologici che porta con sé, necessita di attraversare le costruzioni identitarie delle figure genitoriali e familiari e entrarci in conflitto.

L'adolescente, interrogandosi sulla propria storia quindi, si interroga anche sul legame di filiazione con coloro che lo hanno generato.

Per l'adolescente figlio di migranti questo passaggio è più complesso in ragione della discontinuità del contenitore culturale che governa i legami di filiazione e affiliazione.

Prendono le distanze dalla immagine idealizzata dei genitori e rimodellano i loro "ideali dell'Io" con figure sostitutive che trovano nella società, nel gruppo, nella banda.

I figli di famiglie che hanno vissuto un processo migratorio possono a volte trovarsi davanti al rischio di non trovare nelle famiglie di origine un involucro culturale sufficientemente strutturato per potersi dare una mappa nella propria costruzione del mondo.

Questo difficilissimo processo è un "rito di iniziazione" vero e proprio che prevede una fase di totale indefinitezza, confusione, caos, smembramento, per poi lentamente ritrovare una integrazione possibile dopo avere attraversato il conflitto.

IL RISCHIO è quello di rimanere imbrigliati nella difficoltà di trovare riferimenti educativi, culturali, di costruzione di senso sufficientemente solidi e quindi di restare ìn un limbo di non senso che può portare a quella devianza e patologizzazione che è sotto gli occhi di tutti.

DIFENDERE L'INCONTRO

Questi giovani sono capaci di trovare un modo di essere e di fare NUOVO E CREATIVO, a condizione di costruire legami con tutti i mondi a cui appartengono, a condizione, si potrebbe dire, di essere riconosciuti nelle loro appartenenze multiple, e di essere "inscritti" nel contesto di riferimento, e non assimilati, o cancellati. Possono diventare ciò che sono a condizione di trovare degli adulti e una comunità educante che gli permetta di "essere", essere ponte, essere straniero, essere mediatore, essere diverso, essere identico, non essere...per poter costruire un metissage creativo e nuovo che trovi una società in grado di fargli spazio.

Lo spazio di un incontro, dove la complessità dei mondi che si portano dentro possa essere vista e riconosciuta, con rispetto, curiosità e solidità.

COSA HANNO DA DIRE LE SECONDE GENERAZIONI AI LORO COETANEI?

Questa sfida al metissage, questa continua ricerca di affiliazioni possibili che diano senso e struttura al loro "essere", questa necessità di appartenze multiple, non è forse quello che si trovano ad affrontare tutti i giovani adolescenti di questa società così liquida da aver perso contenitori stabili?

Entrare in relazione e difendere l'incontro con i giovani con background migratorio osservare il mondo con i loro occhi senza giudizio e con curiosità può aiutarci a ricostruire un contenitore sufficientemente buono per tutti gli adolescenti in cerca di senso.

Buon inizio scuola a tutti dunque, grandi e piccoli!

Filippo Mondini

Dal pensare al sentire

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Il cambiamento più radicale che possiamo vivere è sicuramente il passaggio dal pensare al sentire.

Questo cambiamento è una vera e propria rivoluzione perché ci permette di toccare gli strati più profondi della nostra esistenza: la consapevolezza, l’autenticità e il piacere.

Sentire è l’esperienza più radicale dell’essere umano, fare l’esperienza del sentire vuole dire fare l’esperienza di ciò che è vero in noi.

I pensieri sono spesso fuorvianti, ci portano via da ciò che è davvero importante per noi. Vivere solo con il pensiero ci dà l’illusione di vivere in pienezza ma nella pratica ci nega la possibilità dell’integrazione mente corpo che è fondamentale per la felicità.

Che cosa dobbiamo sentire?

Prima di tutto il CORPO. Il nostro corpo si struttura come difesa e risposta all’ambiente. Le tensioni croniche, le rigidità, le zone morte e le zone che sentiamo di più, sono tutti elementi fondamentali per aumentare la nostra consapevolezza. Non ci può essere un cammino di crescita senza un lavoro sul corpo. Nel corpo possiamo sentire la vita che ci attraversa e l’energia che ci dà gioia. Il capitalismo, la commercializzazione dei bisogni, i social media, spingono in direzione contraria: “Non fermarti a sentire ma recita la tua performance”. Fermarsi a sentire la stanchezza diventa un atto rivoluzionario!

Nel nostro corpo sentiamo le EMOZIONI. Spesso pensiamo alle emozioni invece che sentirle nella nostra gola, nella pancia, nel torace o nelle mani. Un’emozione esiste se la sentiamo se sappiamo, anche grossolanamente, descriverla come sensazione corporea. Ci è di molto aiuto distinguere tra quello che è un pensiero e quella che è un’emozione.

Infine sentire vuole dire SENTIRE IL MONDO: il calore o il freddo che ci dà contatto con gli altri, il partecipare alle sorti del mondo, sentire la connessione con la Terra, la natura, gli animali e le piante. Nulla nel mondo del sentire ci è estraneo.

Passare dal pensare al sentire implica fare i conti davvero con ciò che mi dà piacere nella vita e ciò che invece mi fa male. Questa consapevolezza mi permette di potare i rami dolorosi, di mollare qualche peso inutile che mi sto portando, mettere distanza da quelle relazioni tossiche mi ammalano, imparare a dire NO. È importante iniziare a distinguere nella mia vita, tra ciò che è dovere e ciò che è piacere e quanto spazio c’è per godere di tutte le cose che mi piacciono. Per rispondere al dovere rischiamo di barattare il bello e il piacere con la comodità. Spesso ciò che è comodo e a portata di mano ci porta lontano dal nostro cuore e dal piacere.

Per entrare nel mondo del SENTIRE non dobbiamo fare nulla. Non è una performance da realizzare, tantomeno un obiettivo da raggiungere o una sfida da vincere. Per sentire dobbiamo cedere, mollare, allentare, fidarci, perdere la testa. Perché alla fine sentire vuole dire essere capaci di amare.

Lowen afferma che “essere liberi dagli impedimenti fisici imposti dalle spasticità croniche, liberarsi dalle catene delle paure inconsce: questo e questo soltanto, renderà l’uomo capace di quell’amore in cui i suoi più profondi sentimenti si esprimono con la massima aggressività”

Barbara Mattioli

Dalla famiglia all’individuo tra obbedienza e desiderio

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Nel mese di maggio all'interno dello spazio di Oikos "Conversazioni" continueremo a riflettere sulla percezione di sé e della propria individualità all'interno dei nostri sistemi di appartenenza.

Nel primo incontro abbiamo provato a rispondere a questa domanda:

quali sono gli aspetti della mia individualità che desidero curare all'interno della mia relazione di coppia? Quali sono i miei personali spazi vitali?

Mercoledì 24 allargheremo la stessa domanda alla famiglia.

In particolare ci focalizzeremo sulle relazioni con la famiglia di origine e proveremo a chiederci attraverso il concetto di lealtà e obbligo quale è lo "stile di obbedienza" che ci caratterizza, quali sono i fili invisibili che ci legano alla famiglia di origine che "governano" le nostre azioni e in che misura le governano.

Siamo proiettati tutta la vita verso la necessità di differenziarci. Prima dalle nostre relazioni primarie. Tra i sei e i nove mesi iniziamo a sviluppare la "percezione di sé" e la prima differenziazione dopo la iniziale simbiosi materna. Dai nove mesi in poi, le relazioni saranno un continuo gioco di vicinanza e distanza.

Una danza necessaria per comprendere e sviluppare il senso del Sè.

I fili invisibili che ci legano alle nostre peculiari lealtà familiari si strutturano così molto presto e diventano una ragnatela di significati sui quali ci muoviamo e agiamo e che ci condizionano più o meno consapevolmente.

Ma verso dove ci spinge il desiderio?

Come lo coltiviamo?

Nello spazio che intercorre tra le lealtà familiari e i nostri desideri cosa c'è?

Coerenza e assonanza? O conflitto e tensione? O entrambe?

Fermarci e rispondere a queste domande nel "qui ed ora" delle nostre vite è importante per ricordarci che dove andiamo, le scelte che facciamo, i desideri che coltiviamo, affondano le loro radici nelle storie familiari da cui cerchiamo ininterrottamente di emerge in maniera più o meno consapevole.

Il desiderio ci dice l'antropologo René Girard è un desiderio "mimetico", e quindi relazionale. Non è spontaneo ma è frutto di imitazione. Io desidero ciò che desidera l'altro. Il desiderio nasce quindi nella relazione ed è a partire da essa che si struttura dentro di noi.

Per liberare il desiderio è dunque necessario riconoscerne l'inter-dipendenza, che come ci ricorda Pannikar è circolare e paradossale.

Circolare perché agiamo all'interno di una rete di significati condivisi che si trasformano negli spazi della relazione.

Paradossale perché a partire dalla relazione e dal riconoscimento dell'inter-dipendenza, possiamo intraprendere il viaggio nella parte più profonda di noi stessi.

Conoscere il desiderio quindi, seguirlo, pensarlo, alimentarlo all'interno di una relazione ci conduce verso la trasformazione.

Barbara Mattioli

I pericoli di una storia unica

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"Ecco quindi come si crea una storia unica, mostrate un popolo come una cosa, come solo una cosa, più e più volte, ed è così che essi diventeranno questa cosa..."

"..le facevo già pena ancor prima che mi incontrasse. La sua posizione di partenza verso di me, come africana, era una specie di pietà condiscendente, e piena di buone intenzioni. La mia coinquilina aveva una storia unica dell'Africa. Una storia unica di catastrofi. In questa storia unica, non c'era alcuna possibilità che gli africani le somigliassero, in alcun modo. Nessuna possibilità di sentimenti più complessi della pietà. Nessuna possibilità di rapportarsi tra esseri umani di pari livello"

Discorso di Chimamanda Ngozi Adichie www.ted.com/talks

Giugno 2009

In questi giorni, mentre ci prepariamo ad accogliere la forza della nuova vita che la primavera inesorabilmente ci mostra, il mare continua a restituirci cadaveri di ogni età di persone morte nel tentativo di vivere o sopravvivere a destini avversi che cercavano nuove sponde possibili.

Siamo tutti coinvolti dentro una narrazione che cerca spiegazioni, giustificazioni e tentativi di allontanare lo sgomento e il senso di colpa.

La storia unica di cui ci parla la scrittrice nigeriana Chimamanda ci sussurra frasi consolatorie attraverso l'informazione: "non dovevano partire", "dobbiamo fermare gli scafisti", "dobbiamo aiutarli a casa loro".

Ma se questa stessa storia partisse dal restituire dei nomi alle donne, agli uomini e ai bambini che si sono imbarcati per raggiungere le nostre coste, e se riuscissimo a seguire il filo rosso che lega ognuno di quei nomi a delle storie individuali, a delle storie familiari, a delle storie sociali e a delle scelte politiche, a degli accordi tra stati, ad un contesto sociopolitico dove un destino scritto dai più potenti cerca con forza e determinazione di trasformarsi in progetto di vita, incominceremmo a sentirci tutti coinvolti e a chiederci nel nostro piccolo cosa avremmo fatto al loro posto e cosa possiamo fare oggi per permettere ad ogni essere umano sulla terra di provare a costruirsi un futuro degno di essere pienamente vissuto.

Se dalle spiagge di Cutro e da quei corpi senza nome, vittime di un destino apparentemente già scritto, ci spostiamo a riflettere sulle nostre vite non sarà difficile riconoscere quanto i ruoli che giochiamo nella vita, le posizioni che assumiamo nel nostro contesto familiare, le aspettative che ci cuciamo addosso a volte ci costringano ad una rappresentazione di noi stessi che prende in considerazione un solo finale possibile.

Il sociologi E.Goffman nel libro "La vita quotidiana come rappresentazione" ci ricorda che il tentativo di controllare le impressioni del nostro "pubblico" determina il tipo di rappresentazione di noi stessi che portiamo alla ribalta, ma se provassimo a raccontare la nostra storia da un altro punto di vista? Se provassimo a cercare un altro inizio? Se invece di partire da una idea di destino predeterminato, di un solco da seguire, ci immaginassimo di provare a scriverlo a partire da ciò che alimenta il nostro desiderio e le nostre passioni? Da ciò che ci fa sentire vivi?

Questo è l'augurio per questa primavera, con le parole di Chimamanda, un invito a respingere "la storia unica" della nostra vita.

Quando respingiamo la storia unica, quando ci rendiamo conto che non c'è mai una storia unica riguardo a nessun posto, riconquistiamo una sorta di paradiso.

E noi? Osiamo coltivare il nostro paradiso?

Filippo Mondini

Ecco lì è la tua casa

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Quando ritorni al luogo dove eri umano, ecco li è la tua casa (Ko Un)

La psicoterapia è un ritorno a casa.

Nella nostra casa ci possiamo sentire sicuri, accolti, guardati. In casa stiamo con la nostra umanità, possiamo permetterci di prenderci cura del bambino che esiste in noi.

Nella nostra casa diventiamo sempre più consapevoli che, per dirla con Judith Butler, tutte le vite hanno lo stesso valore e che ogni vita conta. In questo cammino di consapevolezza proviamo a dare spazio e contrastare la voracità della nostra esistenza alimentata ogni giorno dal colonialismo psicologico, antropologico e culturale che il capitalismo ci fa respirare come fosse una cosa normale.

Abitando la nostra umanità ci rendiamo conto che il motto di Tatcheriana memoria “there is no alternative”, è una grande truffa, un trucco che il potere continua a giocare fuori e dentro le nostre vite.

Nella nostra umanità sono davvero pochi gli “ormai” che ci possiamo dire.

Suggerisco tre vie che possono aiutare a riportarci a casa: immaginare, desiderare, definirsi.

Immaginare: L’uomo deve tornare a raccontarsi anche per immagini, leggende, miti. Immaginare vuole dire vedersi in modo nuovo, diverso dal consueto, in maniera più completa e complessa. Immaginarsi vuole dire trascendere i limiti che la razionalità impone. Immaginarsi è già un raccontarsi e quindi una dimensione relazionale. Immaginarsi è costruire ponti.

Jung affermava “Siamo stati talmente assorbiti dal nostro interesse per quel che pensiamo da dimenticare completamente ciò che la psiche inconscia pensa di noi”. Quello che la psiche pensa di noi viene fuori soprattutto nei sogni. Immaginare apre alla consapevolezza di sé, alla scoperta della ricchezza del proprio mondo interiore.

Desiderare: Ciò che contraddistingue la nostra natura è quella di non avere una natura predefinita.

Non esiste un Senso della vita, esiste il senso che io do oggi a questo giorno, esiste il mio volere esistere in un determinato modo. La nostra natura è indeterminata e si determina con il Desiderio.

Che cosa desidero? Che cosa voglio essere? Come voglio stare al mondo?

I grandi maestri della spiritualità affermano:

Buddha: qualunque cosa un monaco frequentemente pensi e consideri, quella diventerà l’inclinazione della sua mente.

Gesù: La dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore.

Marco Aurelio: Ognuno vale tanto quanto le cose a cui si interessa.

Plotino: Ogni anima è, e diventa ciò che guarda.

Spinoza: Il desiderio è l’essenza dell’uomo.

Il desiderio, insomma, ci motiva e ci dirige. Abbiamo forse bisogno di uno scopo interiore perché quelli esteriori sono esauriti o sono preconfezionati. Dobbiamo quindi lavorare sul sé interiore, e credere nella profondità dell’animo umano. Etty Hillesum scriveva: “Tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe imparare ad ascoltare. È la cosa più importante che si può imparare in questa vita”. Non ascoltare il ritmo più profondo e scordarci di desiderare quello che ascoltiamo è il più grande tradimento verso noi stessi.

Definirsi: L’uomo deve avere la consapevolezza di esistere in un determinato modo. Deve conoscere il suo modo particolare di esserci nel mondo. Sapere che si è proprio quell’uomo, con tutta la complessità che ciò comporta. Definirsi significa perciò essere consapevoli della particolare forma di esistenza che porto nel mondo. Non siamo tutti uguali; al contrario siamo tutti diversi ed è proprio questa ricchezza che genera la curiosità dell’alterità che è il vero motore delle relazioni.

Definirsi vuole dire opporsi ad ogni forma di massificazione ed omologazione, costruire giorno dopo giorno la propria identità e non il proprio profilo, ricercare e incarnare la propria autenticità.

Buon cammino!

Agnese Cecchini

Conoscersi, immagini che ci raccontano

Quando le parole non bastano, il linguaggio non verbale viene in aiuto: immagini e oggetti che permettono di raccontarsi partendo dalla non‑parola, per conoscere gli altri e, prima ancora, se stessi.

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Quanto sono preziose le parole? E quanto sono “faticose”?

Quanto le parole dicono e quanto non riescono a dire?

Quante parole, cariche di emozioni, restano silenti e come ci si può sentire più liberi nel dar loro voce?

Accade spesso che un individuo non riesca a comunicare a parole ciò che sente, che non si senta libero nell’esprimere le proprie emozioni, specialmente quelle più intense, più dolorose, quelle che portano alla luce ricordi, quelle che scuotono nel profondo dell’animo, quelle che spaventano di più o che potrebbero ferire chi ci sta accanto.

Ecco allora che il linguaggio non verbale sembra venire in nostro aiuto. Il linguaggio verbale diventa uno strumento preziosissimo per poter condividere e comunicare emozioni, rivelando significati, pensieri, bisogni e desideri profondi che sul piano verbale restano talvolta “inesprimibili”.

Il linguaggio non verbale è potentissimo, e coglierlo, osservarlo, comprenderlo e dargli un senso spesso si rivela fondamentale per attribuire un significato a tante cose che si dicono a parole, per dare alle semplici parole quella sfumatura in più che mi fa arrivare ciò che l’altro mi racconta a voce in maniera del tutto nuova. Sono preziosissimi tutti quegli strumenti, quelli stimoli, quegli oggetti che ci consentono di tirare fuori le emozioni, e dunque di parlare e narrare di noi partendo, però, dalla non parola.

È un modo diverso di raccontarsi: condividendo emozioni posso aprirmi all’altro, posso farmi conoscere e posso, io, per primo, conoscere me stesso. Partendo da un nuovo modo di raccontarmi posso rendermi conto di pezzetti di me e della mia storia che magari prima non coglievo, posso leggere la mia storia da una nuova prospettiva, cogliendo elementi “nuovi” su me stesso (e sul mio modo di stare con gli altri) che possono essere spunto di riflessione, occasione per pormi domande, possibilità per darmi nuove risposte e, talvolta, per concedermi di perdonarmi e di volermi bene un po' di più.

Pensiamo alle immagini...Qualunque immagine ci venga in mente: una fotografia, un dipinto, un disegno, un volto, un paesaggio, un’opera d’arte, figure astratte.

Figure astratte ed ambigue come quelle rappresentate sulle carte “Dixit”. Si tratta di carte che mettono al centro grandi tematiche esistenziali, come il tema della nascita, della morte, della crescita, della libertà, delle paure, delle scelte, delle relazioni, dell’amore...Sono immagini ad alto contenuto metaforico che, proprio per la loro ambiguità, non hanno una risposta “giusta”, bensì una risposta in cui ciò che parla sono emozioni, stati d’animo, pensieri ed associazioni significative per la persona, legate al suo vissuto, alla sua storia, alle sue ferite, e che, a parole, farebbero fatica a venire fuori.

Lavorare con le immagini permette di abbattere le barriere che si creano invece con il linguaggio verbale, permette di attivare il corpo (le sensazioni “di pancia” che mi portano a sentire più mia e dunque a scegliere una certa carta) e la mente (funzione riflessiva che mi fa dare un significato a quella scelta).

Immagini caratterizzate da ambiguità. La stessa che, in un certo senso, si ritrova anche nel titolo del 1° incontro di “Conversazioni”, incontro in cui una buona parte di ciò che ho scritto sopra è stato possibile, ed è stato possibile grazie al coraggio, alla curiosità, al desiderio di mettersi in gioco e di osare di tutti coloro che hanno partecipato.

Partire dalle immagini per raccontare di sé e delle proprie emozioni, per condividerle con l’altro, offrendo così all’altro la possibilità di un incontro.

Partire dalle immagini per giungere alla consapevolezza di quanto una semplice ed apparentemente “banale” figura possa permetterci di venire a contatto con le nostre emozioni più silenti, possa “scuotere” parti di noi, portandoci a fare riflessioni sul nostro sé e sulla nostra storia, ma senza l’uso esclusivo della parola. Per giungere ad una consapevolezza in più su noi stessi, sugli altri e sul nostro modo di esistere nel mondo.

Consapevolezza che può rappresentare l’occasione per dare inizio ad un percorso di crescita, di scoperta e di riflessione.

Crescita, scoperta, riflessione. Sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano la relazione terapeutica. Sì, relazione. Perché è soltanto nella relazione e nell’incontro con l’altro che ciascuno di noi si conosce davvero.

“L'amore non sta nell'altro, ma dentro noi stessi. Siamo noi che lo risvegliamo. Ma, perché questo accada, abbiamo bisogno dell'altro. L'universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni.”

Paulo Coelho

Barbara Mattioli

A cosa serve la psicoterapia 2

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"Che cosa dici quando non hai un racconto su ciò che vedi?"

dal libro "La congiura contro i giovani" di Stefano Laffi.

Laffi nel suo libro ci porta a ragionare sulla crisi degli adulti e sulle possibilità di riscatto dei giovani.

Ci immerge sin da subito su ciò che si nasconde dietro una costruzione del mondo mercificata. Sul soggetto ridotto a oggetto di consumo, sull'individuo ridotto a consumatore.

Avere un racconto sul mondo in cui siamo immersi significa riflettere sulla nostra visione del mondo.

Un giovane diciottenne mi ha chiesto come regalo di compleanno un libro dal titolo 'Platone c'ho l'ansia', e continuo a chiedermi cosa lo ha attirato verso questo libro.

Trovo fondamentale cercare risposte alle proprie domande e trovo ancora più importante farlo a partire non solo dalla necessità di risolvere nell'immediato il problema dell'ansia ma quale è il motore 'interiore' che ci fa stare al mondo.

E cercare risposte nella filosofia, nella vita dei grandi filosofi della storia la trovo una operazione geniale.

Costruire una narrazione di sé, di ciò che amiamo, di ciò che ci rende felici, di ciò che ci rende tristi rischia sempre di più di diventare un lusso che si concede solo chi si può fermare.

È diventato invece urgente guardare la tela bianca della nostra vita e scegliere con cura e amore ogni dettaglio del quadro che vogliamo dipingere.

Il lavoro che facciamo, le persone che amiamo, gli oggetti che compriamo, come scegliamo di passare il nostro tempo, con chi, come ci informiamo sui fatti del mondo, sono scelte consapevoli che parlano di chi siamo e di quale è la nostra visione del mondo.

Ce lo chiedono i nostri figli che si ritrovano un mondo svuotato di senso dove gli assolutismi e gli autoritarismi rischiano di diventare sempre più attrattivi, e ce lo chiede con urgenza il pianeta, che ridotto a merce a uso e consumo dell'uomo si sta ribellando.

Hillman ci ricorda che stare in una relazione terapeutica è come stare in trincea, perché è lì che si fronteggiano tutti i fallimenti sociali e politici del sistema.

Nella stanza della psicoterapia curiamo la soggettività, insieme per trovare il senso profondo delle cose, per scegliere, da adulti, chi vogliamo essere, e per costruire una società che possa permettere ai giovani di oggi di scegliere con libertà quali colori usare per la propria tela.

Filippo Mondini

A cosa serve la psicoterapia

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Una delle prime domande che mi faccio quando una persona entra per la prima volta nel mio studio è: “Che cosa sta cercando? Perché è venuta da me?”

Spesso, non sempre, si intraprende un cammino psicologico perché c’è un’urgenza che vorremmo risolvere, un dolore che non si tollera più. Spesso si intraprende un cammino psicologico perché non si vuole più vivere con quei sintomi.

Ma a che cosa serve davvero la psicoterapia? Perché le motivazioni con cui si intraprende questo cammino dovrebbero cambiare nel tempo?

Prima di tutto è necessario entrare nella logica del Cammino e camminare vuole dire soprattutto avere tempo, darsi tempo e abbandonare la logica del tutto e subito. Ci vuole una vita per capire la vita, ci vuole tempo per modificare gli schemi che mi ammalano e che ho costruito in una vita.

Possiamo evidenziare i seguenti elementi che caratterizzano la psicoterapia:

PASSARE DAL SINTOMO AL PROBLEMA: la psicoterapia non può essere finalizzata alla semplice guarigione dai sintomi. Il sintomo va inteso come l’estrema possibilità di dare voce a ciò che sono e che non riesce ad esprimersi in un altro modo. Il sintomo non è la definizione di me stesso ma un linguaggio da ascoltare per arrivare al vero problema, alla causa profonda di ciò che mi ammala.

DIVENTARE ADULTI: La psicoterapia non guarisce ma aiuta a diventare adulti cioè persone capaci di prendersi cura di sé e degli altri. Diventare adulti nella propria condizione di vita, persone capaci di stare nella realtà e di imparare da essa. Diventare adulti vuole dire fare i conti con il bambino che è in noi, quel bambino che mi vincola al mondo che vorrei invece di lottare con il mondo che c’è. Il bambino che fa i capricci quado le cose intorno non sono come lui desidera.

CONSAPEVOLEZZA: la psicoterapia serve ad aumentare la consapevolezza, cioè vedere: vedere gli altri, vedere sé stessi, vedere la realtà. Essere consapevoli vuole dire diventare complessi, non accontentarsi di facili e semplicistiche spiegazioni, saper vedere le interconnessioni delle cose e degli eventi. La consapevolezza porta con sé anche la responsabilità. Consapevolezza non è un atto intellettuale o esclusivamente razionale ma ha invece a che fare con l’affetto, con la radice più autentica della nostra umanità.

RELAZIONI: La psicoterapia diventa il paradigma delle relazioni. È nella relazione terapeutica che capisco il mio modo di stare in tutte le relazioni. La psicoterapia mi aiuta a capire come portare l’altro all’esistenza uscendo dal mio piccolo mondo. Nella relazione terapeutica imparo a vedere l’altro, divento curioso dell’alterità. Non c’è crescita senza alterità.

DALL’IO AL Se’: Questo passaggio è molto importante: dall’agire all’essere, da ciò che è fuori di me a ciò che è dentro di me, dalla libertà di agire alla gioia di sentire, dal potere all’ascolto, dal mondo razionale al mondo emotivo corporeo. La psicoterapia ci allena ad ascoltare il ritmo profondo del nostro essere.

TRASFORMARE: la psicoterapia non si riduce ad un mero benessere personale ma ci impegna a trasformare quei sistemi che ammalano come per esempio la coppia, la famiglia, il gruppo e la società. Il ruolo trasformativo della psicoterapia diventa sempre più urgente per un mondo dove è necessario continuare a chiedersi perché si è diventati sempre più ostili all’idea che tutte le vite abbiano un uguale valore.

AMARE: in ultima analisi la psicoterapia serve ad aumentare la capacità di amare perché l’amore è condivisione del proprio sé con l’altro. La capacità di amare si dilata guarendo le ferite che ci fanno rimanere fermi e imprigionati ad un passato ormai lontano.

L’orizzonte della terapia deve essere l’amore. Tutto il resto, è troppo poco.